Case a un euro: perché il progetto non riesce a decollare?
Pubblicato da Mino Reganato in Economia · Martedì 05 Ago 2025 · 4:45
Tags: case, 1, €, turismo, economia, Mino, Reganato
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Nel silenzio sospeso di tanti
borghi italiani svuotati dal tempo, un’idea ha fatto parlare di sé in tutto il
mondo: quella di vendere case a un euro. Un gesto simbolico, forte, che
prometteva non solo un tetto a prezzo irrisorio, ma un’intera filosofia di
rinascita, un'Italia che si rialza, che si reinventa partendo dalle sue ferite:
i paesi abbandonati, le case murate, i bambini mai nati, gli anziani rimasti a
presidiare i ricordi.
Il progetto delle “case a un
euro” nasce ufficialmente alla fine degli anni Duemila, ma è solo nel decennio
successivo che si trasforma in fenomeno mediatico globale, telegiornali
americani, blog di viaggiatori australiani, influencer giapponesi, riviste
tedesche, tutti affascinati dall’idea di comprare una casa in Italia al prezzo
simbolico di una moneta da un euro. Una trovata di marketing territoriale tanto
semplice quanto potente ma, come spesso accade, la realtà è più complessa della
suggestione.
A distanza di anni, la
domanda è lecita: perché il progetto non è mai decollato davvero, se non in
pochissime eccezioni? Dove si è inceppato quel sogno così fotogenico, così
appetibile per i giornali e così apparentemente vantaggioso per i territori
coinvolti?
La risposta, come sempre in
Italia, sta nei dettagli e nei dettagli, spesso, si nasconde il diavolo.
L’idea in sé è affascinante:
il comune mette a disposizione immobili disabitati o abbandonati, ottenuti
attraverso rinunce ereditarie, donazioni, oppure tramite accordi con
proprietari che non vogliono più pagare IMU o manutenzioni. Il prezzo simbolico
serve a sancire un patto: l’acquirente deve impegnarsi a ristrutturare
l’immobile entro un termine stabilito (di solito due o tre anni) e, in alcuni
casi, a risiedervi stabilmente o ad aprirvi un’attività. Tuttavia, quello che
sulla carta sembra un accordo win-win dove il borgo recupera e l’acquirente
ottiene una casa, nella pratica si scontra con ostacoli che pochi immaginano,
soprattutto tra chi arriva da oltre confine con il sogno dell’Italia da
cartolina.
Innanzitutto, la burocrazia! Avviare un progetto di ristrutturazione in
Italia non è mai banale, tra vincoli paesaggistici, norme antisismiche, piani
regolatori spesso obsoleti e una giungla di permessi edilizi, anche il più
determinato degli stranieri si trova facilmente disorientato. In molti comuni
non esiste un servizio di assistenza dedicato, né una regia tecnica che
accompagni passo-passo l’acquirente. Chi compra si ritrova da solo, alle prese
con geometri, ingegneri, moduli in italiano, richieste di documenti, scadenze
poco chiare. Il sogno si trasforma in fatica, e spesso si spegne ancora prima
di cominciare.
Poi ci sono i costi reali,
che sono ben diversi dall’euro simbolico! Ristrutturare una casa antica in un
centro storico può facilmente costare decine di migliaia di euro. I lavori
devono rispettare vincoli stilistici, usare materiali specifici, e molto spesso
richiedono interventi strutturali complessi. A questi costi si aggiungono
quelli notarili, catastali, assicurativi, e in alcuni casi una fideiussione
bancaria da depositare a garanzia dell’impegno.
Ma il vero nodo, quello che
molti borghi non hanno voluto affrontare, è che una casa non basta per far
tornare la vita. L’errore strutturale del progetto è stato pensare che bastasse
vendere edifici per ripopolare comunità ma le persone non si trasferiscono solo
per un tetto, lo fanno per una rete di servizi, per opportunità lavorative, per
infrastrutture, per scuola e sanità, per mobilità e connessioni digitali. In
molti dei paesi che hanno avviato il progetto, questi elementi sono mancati, le
scuole erano già chiuse, i negozi svaniti, le strade impervie, la rete internet
assente. Come si può pensare di trattenere una famiglia giovane, un
imprenditore, un artista, se tutto attorno è vuoto o inaccessibile?
Non va dimenticato poi che
molte di queste case sono ruderi veri e propri, non abitazioni semplicemente
trascurate con tetti crollati, mura compromesse, impianti inesistenti. Case che
nessuno ha più abitato da mezzo secolo e dunque la loro ristrutturazione non è
un intervento cosmetico ma un'opera di ricostruzione profonda, complessa,
costosa, spesso proibitiva per chi pensava di vivere un’avventura romantica tra
le colline.
E infine, c’è l’elemento
umano e organizzativo: la gestione locale. In molti comuni, pur animati da
buone intenzioni, è mancata una visione strategica, una professionalità
adeguata, una capacità di fare sistema. L’iniziativa è stata trattata come
un’operazione spot, buona per far parlare del paese sui giornali, ma non inserita
in un disegno più ampio di rigenerazione territoriale, non si è pensato a
creare reti di imprese locali pronte a supportare le ristrutturazioni, non si è
costruita una proposta integrata fatta di accoglienza, turismo, coworking,
attività culturali. Il risultato è che molti progetti si sono arenati,
lasciando dietro di sé solo qualche titolo e poche case davvero recuperate.
Ci sono però alcune eccezioni
virtuose che mostrano come il progetto possa funzionare, se accompagnato da una
regia intelligente come Gangi in Sicilia, Sambuca, Ollolai in Sardegna. Borghi
che hanno saputo abbinare la vendita delle case a un euro a strategie di
promozione turistica, eventi, incentivi, reti professionali, investimenti
paralleli. Dove c’è stata una visione e un’assistenza reale per chi acquistava,
sono arrivati risultati ma si tratta ancora di mosche bianche in un panorama
frammentato e spesso improvvisato.
Forse è giunto il momento di
cambiare paradigma, non pensare più alla “casa a un euro” come a un prodotto da
vendere, ma al borgo come progetto di vita da costruire, offrire a chi arriva
non solo un immobile, ma un’opportunità di lavoro, di comunità, di creatività.
Pensare a modelli di abitare sostenibile, dove la casa è solo una parte di un
ecosistema fatto di relazioni, servizi, bellezza e funzionalità.
Perché la vera sfida non è
vendere case, ma ricostruire luoghi dove valga la pena abitare, con
tutto ciò che questo comporta e finché non si affronterà questa complessità con
competenza, visione e coraggio, l’Italia continuerà a vendere sogni a un euro ma
a un prezzo, spesso, troppo alto da pagare per chi ci crede davvero.
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